giovedì 22 novembre 2012

Lottare? Sì, ma come e per cosa?


Ci sono cose che non possono essere improvvisate: tra queste, le rivolte e le manifestazioni.

Entrambe infatti necessitano di un’organizzazione precisa, che non lasci scoperto alcun punto debole.

Il primo passo è l’informazione: l’informazione è la base di ogni manifestazione pubblica.

Se non tutti i partecipanti conoscono in modo approfondito l’argomento di cui si discute, non si hanno i mezzi fondamentali per raggiungere l’obiettivo.

Nel momento in cui tutti sono convinti, bisogna organizzare un piano d’azione tale da non lasciare spazio a ripensamenti e tale da raccogliere più persone possibili.

È per questo che prendere parte a un evento male organizzato equivale nella maggior parte dei casi a fallire: meglio rimandare a quando l’attacco diventa più diretto e compatto. Non è un solo ente, una sola città a dover essere unita, ma tutta una nazione.

Fatta questa premessa, passiamo al caso particolare di cui volevo parlare: manifestazioni e scioperi da parte di studenti e non delle scuole pubbliche.

Per cosa si protesta? “ Per i tagli, per lo schifo che stanno facendo, eccetera..”. Risposte giuste ma vaghe. C’è chi metterà davanti la legge Aprea, senza averla mai letta.
 

Ebbene la legge Aprea mette in pericolo principalmente due elementi che dovrebbero essere i capisaldi di una nazione. La democrazia (“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”) e l’istruzione pubblica.

Sul primo punto, l’intenzione è quella di lasciare che ogni scuola, anzi, ogni preside, gestisca i propri fondi economici e i propri progetti senza sottoporre alcuna decisione al giudizio dei docenti e degli studenti: saranno infatti aboliti i rappresentanti dei docenti, i rappresentanti d’istituto e i rappresentanti dei genitori, e con essi ogni assemblea o consiglio che garantiva un confronto tra i diretti interessati.

Riguardo al secondo punto, lo Stato, non potendo sopperire economicamente alle spese delle scuole pubbliche, lascerà che i privati intervengano (diventando figure di rilievo) e avviando così un processo i privatizzazione delle scuole pubbliche.

Inoltre gli insegnanti  potrebbero non essere più chiamati a svolgere il proprio ruolo in base alla graduatoria, ma in base alla decisione della singola scuola.

Se a questo si aggiungono 200 milioni di euro tolti alla scuola pubblica (in particolar modo alle università) e dati alle scuole non statali, dunque private (che non hanno bisogno di fondi, perché gli studenti pagano una retta annuale), è chiaro come, tra poco, chiunque voglia dare al proprio figlio un’istruzione decente debba avere molti soldi, perché potrebbe trovarla solo nelle scuole private.

L’istruzione pubblica è alla base di ogni nazione civile, un popolo ignorante è più facile da manipolare e ogni cittadino ha il diritto di essere istruito, sia egli ricco o povero, ha il diritto di cambiare il proprio status e di decidere del proprio futuro.

Scioperi e occupazioni non sono un modo per non far lezione, sono l’unico modo per far sentire la nostra voce a chi la ignora da anni, a chi è seduto tranquillamente su una poltrona e riceve da noi tutti i soldi necessari per mandare i propri figli in una scuola privata.

Siamo i primi a essere colpiti e gli ultimi a essere ascoltati, ma se tutto ciò non basta, non ci resta che alzare la voce.

E per alzare la voce c’è bisogno dell’impegno di tutti, non solo di studenti e insegnanti, ma anche dei genitori che guardano e non si rendono conto che con il loro silenzio stanno negando ai propri figli un diritto fondamentale.

Se l’Italia non è mai stata unita, c’è sempre tempo per cambiare.

Il popolo è sovrano, ma che sovrano potrà mai essere un popolo ignorante?

Nessun commento:

Posta un commento